La difficoltà a parlarne

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La difficoltà a parlarne2018-07-27T23:39:35+00:00

Riflessioni su di un tipico comportamento
scotomizzante di una parte di tourettici

A cura di Gianfranco Morciano
(Responsabile staff scientifico)

La moglie di un soggetto tourettico, partecipando con il nick-name “marmotta” al forum di AST-SIT, ha scritto: “Quando ho letto il libro di SAcks mi aspettavo che mi sarei riconosciuta nell’esperienza del chirurgo e della sua famiglia, invece no. Anzi mi sono un po irritata perchè non riuscivo proprio a credere che fosse vero, tanta era la disinvoltura con cui tutti, chirurgo, familiari, colleghi, ecc… parlavano della situazione. Ora comincio a capire ma sul momento sono rimasta delusa”.

Dal bisogno di dare un seguito a questa considerazione è nato il presente scritto, che riguarda soprattutto quel sottogruppo di tourettici, di solito con manifestazioni esterne poco evidenti sia di ticcosi che di OCD, che ha assunto un comportamento di evitamento anche per quanto riguarda il parlare delle loro manifestazioni.

Distanze sociali

La TSA negli USA è nata nel 1976 mentre noi esistiamo soltanto da un anno, negli USA è stato fatto molto lavoro di informazione e di educazione sociale e penso che questo sia il principale motivo per il quale lì è molto più facile parlare di TS, anche in famiglia; la distanza culturale in questo campo tra noi e loro è anche la misura del compito che dobbiamo portare a termine, la misura del ritardo del nostro sviluppo.
Fino a soli 4-5 anni fa quasi nessuno in Italia sapeva cosa fosse la Sindrome di Tourette e quando se ne era cominciato a parlare lo si era fatto soprattutto in termini “curativi” , cosa che se da una parte aveva il merito di cominciare a parlarne, d’altra di fatto ne sottolineava ulteriormente la rappresentazione patologica e psichiatrica, andando paradossalmente ad aumentare lo stigma sociale vero o presunto che a queste condizioni si accompagna.
Quando scrissi la prima home page del nostro sito, che allora si chiamava “tic e tourette, siamo in tanti”, mi rivolsi innanzitutto a coloro che avevano imparato a convivere in segreto con la sindrome e dando loro rassicurazioni sul fatto che il parlarne o il semplice confronto non avrebbe potuto che far bene. Allora pensavo che il non rivelarsi fosse legato soprattutto ad un meccanismo di vergogna e di stigma sociale.
Oggi posso dire che i motivi che spingono le persone con TS ad evitare di rivelarsi e di parlarne liberamente sono più numerosi e complessi, qui vorrei brevemente trattarne almeno tre: lo stigma e la cultura sociale, il silenzio familiare, la difficoltà ad incontrare i simili.

Stigma Sociale

Nella cultura popolare italiana in generale tutti i disturbi del campo mentale sono ancora oggetto di stigma e derisione, pertanto di imbarazzo per chi li ha, e siamo ben lungi dal considerare il sistema nervoso centrale come un qualunque organo del corpo soggetto ad affezioni. Verso le “diversità” di questo campo è diffuso un pregiudizio sociale che si avvicina al sospetto, eredità di un epoca nella quale queste affezioni venivano scambiate di volta in volta per un difetto dell’anima oppure considerate il prodotto di una personalità perversa e cattiva.
Ho conosciuto persone che preferivano convivere in silenzio e solitudine con crisi di panico sempre più devastanti e limitanti della vita sociale piuttosto che decidersi a chiedere aiuto e a rivelarsi in questa loro difficoltà. Se in Italia ci si può vergognare di una cosa così, possiamo allora comprendere un po’ di più coloro che hanno problemi di tic e di Sindrome di Tourette, le cui manifestazioni tra l’altro possono essere spesso confinate in luoghi sicuri e privati come la casa.
Io penso che il disturbo da tic sia tra quelli più esposti alla derisione o al ridicolo, non solo perché emette tutta una serie di manifestazioni mimiche curiose ma anche perché sono proprio le anomalie più vicine alla normalità quelle che la gente ha maggiormente bisogno di esorcizzare per escludere mentalmente la possibilità che li possa un giorno riguardare. Una sorta di meccanismo di difesa che tanto più ridicolizza l’altro tanto più gli si differenzia.
Il problema è che in Italia questo meccanismo di difesa passa in modo acritico nella cultura popolare, è di questi giorni ad esempio un programma di intrattenimento televisivo, “colorado caffè” si chiama (che definirlo di basso livello è dargli un bel voto), che vede diversi aspiranti comici puntare tutta la loro acefala ironia su sketch pieni di smorfie, suoni e gesti sincinetici, che tanto assomigliano ad alcune manifestazioni tourettiche. Ogni verso una ferita per un tourettico, al quale gli applausi e le risate del pubblico non possono non rimbalzargli nella mente ad eco per ore dopo aver visto un simile programma.
Non so se negli USA queste cose accadono con la stessa frequenza del bel paese, comunque non penso che questa cultura popolare possa essere modificata pietendo un poco di attenzione per le nostre sofferenze, più facile che il maggior rispetto arrivi quando si avrà chiara l’idea che Tourette è anche capacità, è ANCHE differenza in una accezione aumentativa e non diminutiva. Fino ad allora non posso che comprendere la tendenza a non rivelarsi.

IL NON DIRE dei bambini, ovvero il silenzio familiare

Dividerei la questione tra famiglie che vedono e famiglie che non vedono.
Non pretendo di aver capito tutte le ragioni per le quali in famiglia si possa arrivare a non dire, a non parlare di ciò che pure appare evidente a tutti, pertanto mi limito a registrare il fenomeno, che riguarda anche famiglie con bambini piccoli. Certo rispetto ad una famiglia che redarguisce e punisce per i tic una famiglia che ignora è preferibile, ma anche così però c’è il rischio di creare problemi per il futuro di quel bambino, specie se i tic persistono. Egli non saprà mai se gli altri li hanno visti quei tic ad esempio, oppure avrà il dubbio che di certe cose non si parla perché farlo é disdicevole … imparando così contemporaneamente a nascondersi ed a vergognarsi, a vivere almeno due livelli di esistenza (ciò che si sente e ciò che si mostra) e minando così la possibilità di acquisire una buona autostima.
Certo la questione è delicata, un genitore a ragione può pensare che far notare un tic possa aumentarne la frequenza e tace nella speranza che il fenomeno scompaia da sé semplicemente ignorandolo. In effetti può essere che un tic transitorio non meriti di essere sottolineato e di diventare argomento di discussione, il problema è che questo “non dire” una volta che è partito rischia di diventare una sorta di normalità che non si modifica neppure dopo che ci si rende conto che molto tempo è passato. A questo punto può essere che il “non dire”, nato per timore di dare importanza, si rigeneri nel timore che un certo equilibrio possa modificarsi in peggio…in questo modo possono passare molti anni.
Una conseguenza negativa di questo tipo di “non dire” è che esso può preparare la base delle risposte compulsive in quanto assomiglia tantissimo al meccanismo di evitamento, cioè quella modalità cognitiva con la quale i problemi anziché essere riflettuti ed affrontati vengono allontanati ed evitati con tentativi di “non pensiero” o di spostamento su altri focus (rituali, eccetera).
Un’altra ragione dell’atteggiamento “omertoso” l’ho trovata nel timore che un genitore può avere di ferire la sensibilità di un bambino, non sa come dirglielo e non ha trovato consigli validi su come farlo, non fa nulla nel timore di sbagliare e aspetta magari che sia il bambino a parlarne, ma questa cosa non succede quasi mai. Anche così possono passare degli anni, ed un soggetto che ha passato gran parte della sua vita a “non parlare” di ciò che ha potrebbe riportare questa modalità nella vita adulta.
Col tempo può accadere che le posizioni di protezione si possono invertire e ad un certo punto non è più il genitore che evita di parlarne per timore di ferire la dignità del figlio, ma il contrario “è il figlio che cerca di non ferire la dignità del genitore”.
Alcuni trascinano questa modalità fino alla vita adulta, sono però alte le probabilità che a parlarne si sia costretti prima, magari in adolescenza quando il problema è ormai diventato impossibile da ignorare a causa della maturazione delle aree associative e del possibile innestarsi di pensieri ossessivi.
Per quella che è la mia conoscenza del fenomeno direi che va bene ignorare per tre o quattro settimane, passate le quali però il problema va decisamente approcciato, con delicatezza e mostrando di non essere preoccupati, ma facendo sapere al figlio di vederlo (importante in questa fase fornire informazioni rassicuranti).

Poi ci sono le famiglie che “non parlano perché non vedono”, e qui la questione si fa più complessa. Qualche settimana fa ho incontrato una famiglia del sud per delle manifestazioni ticcose che il figlio tardo-adolescente aveva da circa un anno, molto invasive. A dire dei genitori l’esordio di queste è stato improvviso, eclatante e sorprendente, ma di fatto nel colloquio, man mano che il ragazzo si sentiva a suo agio, sempre più emergevano particolari, gesti e vezzi che erano presenti già da molto tempo prima dell’adolescenza. Il ragazzo fu persino molto determinato nel dire che queste manifestazioni aveva cominciato ad averle fin dalla terza elementare, mostrando una coscienza dell’esordio molto precisa, abbastanza rara tra l’altro. Davanti a me c’era una mamma che sembrava svegliarsi (stupita) proprio in quel momento, tutte quelle manifestazioni infantili le ricordava benissimo ora, e capiva che per anni le aveva viste… “senza vederle”, come se qualcosa a cui aveva pur assistito con frequenza non fosse mai arrivato alla coscienza. E non si trattava di manifestazioni confondibili con quelle normalmente presenti in un bambino, inoltre quello non era stato neppure il primo figlio. In psicologia questo fenomeno è conosciuto come meccanismo di difesa, a seconda degli approcci chiamato ora di rimozione e ora di scotomizzazione della realtà, in sostanza viene rimossa la percezione di una parte di realtà, quella che per qualche ragione temiamo e preferiamo inconsapevolmente non vedere.

Io credo che riconoscere i segni di un difetto potenzialmente anche grave nel proprio figlio, sia uno dei dolori più acuti che l’essere umano possa avvertire.

La scotomizzazione della realtà o la sua deformazione può assumere forme curiose, ad esempio con famiglie nelle quali i genitori ticcosi arrivano a redarguire i tic dei figli continuando a non vedere i propri, a non ammetterli a se stessi. Spesso sono proprio coloro che hanno scotomizzato i loro tic, quelli che meno li tollerano nei figli, così come negli altri (per questo riprenderò la questione nel capitolo “la difficoltà ad incontrare i simili”).
A volte nel timore di minare l’altrui amor proprio, altre volte per paura di una reazione spropositata, non sempre i figli hanno il coraggio di rispondere al genitore “guarda che anche tu fai cose così”, perpetuando così di generazione in generazione la cultura familiare del non dire.
E’ un fatto che far notare i suoi tic all’adulto che scotomizza, lo può portare a chiudersi in un profondo dolore, lamentoso e depresso (non rancoroso)….come fosse un bambino sorpreso in un’azione vergognosa che avrebbe voluto nascondere.
Risposte di questo tipo ed equilibri così se esistono e sono diffusi é perché hanno un valore di sopravvivenza psichica (tutela dell’autostima) e non si modificano con una semplice presa d’atto, perché questo accada bisogna che ci sia o un aiuto professionale, oppure un accostamento graduale alla conoscenza che abbia lo stesso valore della tecnica di esposizione progressiva allo stimolo dell’approccio cognitivo comportamentale.

La difficoltà ad incontrare i simili

Riordinando gli appunti che ho scritto per trattare questa difficoltà ho realizzato di aver costruito involontariamente una sorta di tassonomia dell’ “outing del tourettico scotomizzante”, diviso in due macroaree successive: la prima caratterizzata da un percorso di attivazione-rimozione delle paure, che chiamerei “confronto interno”; la seconda di progressivo bisogno di capire, dire-sentire e poi ancora di dire-fare, che chiamerei di “confronto esterno”.

Confronto interno: meccanismo di scotomizzazione-attacco

Si attaccano negli altri le cose che meno tolleriamo di noi, oppure ciò che temiamo di noi o che non vorremmo di noi. Fuori dalla sorpresa della scoperta di poter essere tourettico, cioè che le proprie manifestazioni potrebbero essere ricondotte ad una sindrome a base neurologica, la prima preoccupazione di un tourettico-scotomizzante potrebbe essere quella di prendere le distanze, di rifiutare questo fatto, specie se ha imparato a rimuovere mentalmente la percezione delle proprie manifestazioni…”no, io non sono così”, potrebbe pensare. Tale paura potrebbe ingigantirsi ancora di più con la lettura dei sintomi più invalidanti della sindrome, generalizzando un atteggiamento di negazione.
Tale atteggiamento è però ambivalente, infatti una volta scoperta la questione, la forza di attrazione per il saperne di più è almeno pari a quella di tenersi a distanza, da qui una sorta di conflitto interno che può tradursi in forme che vanno (nelle diverse persone) da un atteggiamento scettico ridondante e continuamente polemico, alla collera generalizzata o specificamente rivolta verso i tourettici o l’intero settore. Nella vita del nostro forum abbiamo avuto diversi ingressi di quest’ultimo tipo, dove personaggi anonimi attaccavano pesantemente e senza motivo tutti noi, insultandoci ed addirittura negando di essere tourettici…ma solo motivati a darci “degli handicappati o degli schizofrenici”, anzi di più…a dire “io non c’entro niente con voi”.
Come associazione abbiamo sempre detto loro…”ti riconosciamo, quando te la sentirai vieni, ti ascoltiamo”, io sono persino convinto che più di uno di questi personaggi “neganti ed attaccanti” ad un certo punto abbia persino cominciato a scrivere sul forum come normale utente (con altro nick), e persino a collaborare con AST.
Un gradiente meno intenso è quello dei soggetti provocatori, che si rapportano alla nostra comunità criticando non tanto la correttezza della sintomatologia tourettica, ma il carattere specifico ora di uno ora di un altro partecipante, in quello che sembra essere il tentativo di far sì che sia la comunità tourettica a dirgli “stai lontano, non sei come noi”.
Fortunatamente attacchi così estremi sono rari, più diffuso risulta essere un comportamento dichiaratamente scettico e polemico, che generalmente è solo l’anticamera di un successivo avvicinamento.

Confronto interno: magia dei meccanismi di evitamento

Tutti gli uomini attraversano nell’infanzia la fase del pensiero magico, che secondo Piaget si collocherebbe tra il secondo ed il sesto anno di vita, in tale fase oltre all’animismo (attribuzione di personalità agli oggetti) il pensiero si caratterizza per l’illusione di riuscire a modificare le proprietà degli oggetti e persino la realtà soltanto pensandola.
Tracce, residui di pensiero magico sopravvivono in diversa misura in tutti gli adulti nonostante la conquista del pensiero logico ipotetico-deduttivo, lo sanno bene quei tourettici che distruggono oggetti come fossero responsabili della loro sfortuna o che negano la presenza di un dato di realtà semplicemente “evitando” di pensarci: “se una cosa non la penso, essa non c’è”.
Così come un pensiero intrusivo cerca di essere aggirato attraverso altri pensieri o tentativi di distrazione, quali ad esempio cercare di pensare ad altro, allo stesso modo è possibile che un tourettico si illuda di cancellare il disagio che le proprie manifestazioni gli procurano (o il dubbio di essere “matto”), semplicemente evitando di pensarci, cioè evitando di pensare che un problema lo si possa avere. Ma questo sistema non è efficace, infatti sappiamo che l’evitamento non è una tecnica sicura e la cosa più probabile che può accadere è che l’individuo finisca con l’ingaggiare una lotta continua con i propri pensieri di paura-timore di tipo circolare, in quanto ogni evitamento, se pur scioglie la tensione nel contingente, da lì a poco riproduce quel dubbio e quelle paure con sempre maggior forza, obbligandolo a mettere in campo tecniche di evitamento sempre più complicate. I tourettici che si trovano in questa situazione di circolarità espansiva finiscono per vivere in un generalizzato stato di tensione ed anche in una condizione di ambivalenza, per questo pur negando di avere dei problemi sono di soliti interessati a che le ricerche le faccia qualcun altro, una figura affettivamente vicina. Coloro che invece in questa modalità di evitamento hanno trovato comunque un equilibrio che a loro sembra accettabile, semplicemente saranno infastiditi da chiunque intorno a loro vada operando per capire di più e per approfondire.
Quando l’evitamento diventa una compulsione andrebbe trattato come tutti i problemi di OCD, superabile da soli o con l’aiuto di una persona cara e fidata se l’intensità del problema non è alta, con l’aiuto di professionisti altrimenti.

Confronto interno: il controllore che non vuole controllo

Scoprire la sindrome e che ci sono altri simili a noi può non essere un momento felice per numerose ragioni, innanzitutto perché l’idea di essere in certo modo a causa di un fattore “esterno” e non per costruzione propria insinua il dubbio che si possa non essere artefici del proprio destino. Naturalmente non è così, ma il solo dubbio che una parte di sé possa essere controllata dall’esterno (la sindrome) può essere angosciante per un tourettico che alla funzione di controllo ha dedicato gran parte della propria esistenza: il controllore non ama essere controllato.
Tutti gli uomini hanno bisogno di pensarsi capaci di controllare se stessi e la realtà in una buona misura, oltre quella misura lasciano ed accettano che i fatti abbiano sviluppi indipendenti. Questa cosa per molti tourettici è un problema ed infatti eccedono in questa funzione di controllo dell’ambiente, delle persone care, dello spazio e delle relazioni sociali, delle cose e del loro ordine. Per ragioni neurologiche diverse il controllo dell’esterno e dell’interno può acquisire carattere più o meno ossessivo.
Scoprire che non solo l’esterno ma anche l’interno (inteso come manifestazioni emotive o reattività agli stimoli) è influenzato da altro può essere un colpo per la propria autostima, ed anche fonte di paura, soprattutto quando il proprio sistema di controllo risulta abbastanza efficiente ed in buon equilibrio.
La paura di scoprire che essere in un certo modo non è stato il risultato di scelte del tutto indipendenti, così come può portare al rifiuto allo stesso modo può indurre, per il bisogno di riprendere il controllo, a cercare di saperne di più. Il passaggio però è ambivalente e caratterizzato da avvicinamenti e repulsioni.
In questa fase vi sono coloro che alternano avvicinamento e allontanamento, che spiano da lontano le ricerche e le cose della sindrome, che delegano ad altri il compito di osservare e capire…ma non si avvicinano.
Non si avvicinano perché tra le repulsioni la più frequente è quella verso gli altri tourettici, non tanto per il timore di doversi identificare, ma proprio per la paura di essere come infettato dalle manifestazioni altrui, dai tic degli altri. Una persona che ha fatto tanta fatica a mettere sotto controllo le proprie manifestazioni teme di incontrare e vedere quelle degli altri, lo teme sia per la possibilità di assorbirne di nuove che per la perdita del controllo delle proprie. Poi “il tic”, che sia motorio o mentale, viene sentito come spazio così intimo che l’dea di mettere il proprio di fronte a quello altrui è un po’ come confrontare due nudità, motivo di vergogna e di imbarazzo.
In un certo senso è come se il confronto intimo superasse i confini della propria identità, persino lo spazio fisico, mettendo ancora una volta a rischio insieme al controllo anche la propria identità. E’ difficile spiegare questa sensazione, più o meno è come quando ci sediamo sul metrò dopo che un’altra persona si è appena alzata e sentiamo il calore del suo corpo e questo ci fa sentire fastidiosamente invasi. Nei gruppi di incontro è facile sperimentare l’imbarazzo di aver notato un tic altrui, infatti anche per questo io penso ne emergono pochissimi.

Confronto esterno: outing 1, prudenza critica e simmetria

Quando il tourettico arriva al primo contatto se l’è già molte volte rappresentato con gli occhi della mente, si è già prefigurato la scena e quello che dirà, molto probabilmente arriva a questo appuntamento già con una propria “teoria” di sé, sufficiente per reggere il timore di poter essere sciolto (annullato) nella generalità della sindrome. Può essere che questa sua teoria l’abbia già esposta o confrontata in forum o nei blog di Internet.
Quando si entra in contatto personale però ci si avvia in un territorio sconosciuto dove ciò che ci si gioca è una cosa molto importante come la propria identità, vi sono quelli che ci si tuffano e quelli che lo fanno con molta prudenza, pronti a ritrarsi e sparire alla prima difficoltà.
Una cosa unisce tutti: il bisogno di mettere fuori ciò che per anni si è tenuto faticosamente dentro, che si è cercato con più o meno successo di celare, che si è gestito in solitudine perché non capìti. Anche il confronto certo è un bisogno, ma in maniera minore, più che altro si cercano negli altri le cose di sé, perché un bisogno forte è quello di capire se stessi, cosa è proprio e cosa è della sindrome (dicotomia inesistente ovviamente), prova ne è che i tic meglio accettati sono quelli simili ai propri, gli altri invece danno fastidio. In questa fase non vedo una grande propensione all’ascolto, specie delle diversità.
Se la teoria di sé che già si possiede è forte sarà probabile che la persona cerchi di difenderla includendovi le caratteristiche altrui, serve per l’ autostima ed anche per questo può assumere venature ideologiche (teorie più o meno psicologiche, visioni mistiche). La tourette può addirittura divenire un valore assoluto ed elemento di distinzione dagli altri, finalmente visti (anche) come down dopo che magari per anni sono stati un riferimento sofferto. Se alcuni tourettici riescono ad imboccare la strada del successo ed a dare alla loro propensione leaderistica una possibilità, molti altri vedono frustrata questa propensione da un mondo fatto di regole e modalità (si pensi alla scuola o alle convenzioni sociali) che non aiuta la realizzazione delle loro potenzialità. Per questo nel primo confronto è facile percepire, in diversi tourettici, il bisogno di riscatto, di un confronto dal quale ne possano uscire “vincenti”, il bisogno di primeggiare. Dietro la simmetria o l’eccesso di prudenza vi è poi anche il solito timore di poter essere controllati se non si controlla.
La simmetria nasconde anche un’altra paura, quella di poter uscire male da un confronto, di scoprire che altri con le stesse caratteristiche sono riusciti a fare di più e meglio, per molti la sindrome (o il “carattere”) è infatti anche una buona giustificazione per non attivare alcun cambiamento, per giustificare gli errori, assumendo in questo senso anche una funzione consolatoria.
Lo stile di relazione in questa fase può essere caratterizzato dall’ascolto critico, molto sulle difensive e magari un poco polemico, o da quello palesemente simmetrico, cosa che rende difficile a volte la gestione degli incontri sia individuali che di gruppo.
Ma fortunatamente è solo un passaggio, necessario tra l’altro.
In questa fase i tourettici che hanno “scotomizzato” e che cominciano ad incontrare la sindrome e gli altri possono vivere con grande preoccupazione il loro avvicinamento agli ambienti tourettici (gruppi di incontro, associazione, conferenze e iniziative pubbliche), un po’ per il timore di poter essere riconosciuti da coloro che tacitamente sanno ma non dicono (di solito i familiari), a riprova del fatto che si è violato un vero e proprio tabù familiare, un po’ perché temono che gli ambienti sociali da loro frequentati possano interpretare la loro sindrome come psichiatrica e quindi fornire di loro un’immagine di minor affidabilità.
Nella mia esperienza la preoccupazione più grossa di essere scoperti a frequentare ed a “dire” riguarda soprattutto il tabù familiare, dati i forti legami e gli accordi impliciti che nelle relazioni affettive primarie vengono stipulati.

Confronto esterno: outing 2, il decentramento e gli altri

A questo livello si arriva quando si comincia a provare il piacere dell’ascolto della diversità altrui e si rinuncia ad essere il centro di tutte le cose. Allora l’eterogeneità delle manifestazioni altrui diventa il nostro interesse. Il bello della diversità.
A questo livello si arriva quando si acquisisce quella che io chiamo la capacità di “compassione”, che è l’unica parola italiana che mi sembra possa includere l’atto del partecipare alle passioni (belle e brutte) degli altri, insieme alla funzione dell’accettazione, del compatimento ed anche del perdono delle debolezze (proprie ed altrui). So che può sembrare un discorso religioso, ma forse che nella religione (separata dal mantello ideologico) non vi è una visione filosofica dell’uomo e dei suoi rapporti sociali?
Piaget diceva che la maturazione psicologica (e genetica) umana avviene quando la persona acquisisce la capacità di inversione cognitiva, di leggere il mondo anche con gli occhi altrui, di comprendere gli altrui significati senza perdere i propri, ma anche sapendo, aggiungo, che questo confronto può farci cambiare ed accettandone il rischio. Insomma una sorta di relativismo costruttivo di valori e di significati.
La ricerca scientifica di oggi ci dona una grande opportunità per raggiungere questo livello di comprensione e scambio umano, perché ci mostra come alla fine il concetto di normalità è solo una convenzione e come questa normalità non esisterebbe senza un metro di paragone necessario come la diversità, che serve a fare evolvere e migliorare questa necessaria normalità. Sappiamo di pagare un prezzo all’evoluzione della specie e non siamo responsabili di tutte le nostre caratteristiche, ma solo di quello che ne facciamo.
E’ più efficace il confronto se si impara a sospendere il giudizio, ma per far ciò bisogna acquisire la capacità di decentrarsi, competenza che i tourettici acquisiscono in modo disarmonico passando da forme eccessive (come l’identificazione nell’aggressore) a momenti di estremo egocentrismo.
IO penso che un tourettico che arriva a questo livello di confronto stia già curando se stesso in profondità insieme agli altri, perché riesce a vedere l’eterogeneità delle manifestazioni e degli adattamenti che ogni persona ha messo insieme come ha potuto, e li com-patisce e li con-gioisce..
Allora è possibile ricostruire una biografia della propria esistenza, del proprio essere adulti, meno deterministica e meno giudicante, riappropriandosi così con affetto del bambino che si è stati, per proteggerlo negli adulti che siamo e per difenderlo negli altri bambini. Penso che lungo questa strada sia possibile analizzare senza squalifica il modo proprio ed altrui con cui, per i mezzi che si avevano, l’identità adulta (composita) è stata costruita.
E’ questo il percorso utile a perdonare i nostri errori, gli errori che abbiamo ricevuto e gli adulti che ci hanno educato, prima condizione per riuscire a parlare anche a loro.
Sospendere il giudizio non significa non avere giudizio, compassione non significa non reagire, altruismo non significa non rivendicare per sé. E’ a questo livello, che non tutti raggiungono, che matura l’outing prima, il confronto e successivamente l’impegno sociale nella nostra associazione. Impegno sul quale avrei potuto scrivere un “Confronto esterno: outing 3, l’associazione” per parlare di diritti, di battaglie da fare, di chiarezze da diffondere, di predoni in agguato e di tutte le altre cose…ma che non ho bisogno di scrivere perché le conoscete già.