Storia di Gianfranco Morciano

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Storia di Gianfranco Morciano2018-07-27T23:53:26+00:00

Storia di Gianfranco Morciano

Saluti a tutti

Monza, novembre 2003

Gianfranco Morciano

Salve, sono papà di un bambino affetto da disturbo da TIC, e sono il fondatore di questo sito. Mio figlio ora ha 9 anni ed i suoi disturbi presenti fin dalla nascita sotto la forma di ipersensibilità sensoriale, si sono trasformati in ticcosità più o meno all’età di 2 anni. In questi tre anni le manifestazioni ticcose si sono alternate con periodi di maggiore e minore intensità, attualmente siamo in un buon momento, il bambino sta imparando a controllare le sue scariche ed a orientarle in spazi socialmente accettabili. E’ un bambino bellissimo e molto intelligente e tante volte io e sua mamma ci siamo chiesti cosa sarebbe potuto accadere se l’ambiente, anziché accettarlo ed aiutarlo, lo avesse represso, redarguito e sgridato (come è istintivo fare, da parte di un genitore, di fronte a manifestazioni che sembrano “vizi”). Sia io che la mamma lavoriamo da anni nel campo dell’ handicap e pertanto fin da subito abbiamo cercato di attivare la nostra conoscenza e la nostra rete di relazioni per la cura più adeguata, abbiamo capito che per questo disturbo fondamentali risultano le risposte ed il controllo dell’ambiente sociale. Con la scuola materna ce la siamo cavata abbastanza bene (più avanti vi mostro il documento che a suo tempo inviai agli insegnanti, pensando che possa essere preso ad esempio), ora ci stiamo preparando alla scuola elementare. La forte incidenza dell’ambiente sull’evoluzione del disturbo ovviamente ci preoccupa un po’ per le incertezze del futuro, anche se ci rincuora vedere questo bambino sempre più forte e sicuro di se stesso. Quando Giovanni aveva circa 2 anni presi contatto con un noto neurologo specialista in disturbo di Tourette, quando egli conobbe il mio profilo professionale cercò di coinvolgermi nell’associazione che lui, insieme ad un noto professionista di Siena, avevano costituito; durante queste trattative gli inviai un documento (più avanti, se vi interessa, troverete anche questo), in seguito al quale ci incontrammo e dove lui mi parlò di una sua particolare cura della ticcosi. Pur apprezzando la sua iniziativa che contribuiva a fare chiarezza sulla sindrome, gli manifestai alcune perplessità sulla sua cura e gli proposi di aiutare la nascita di un’associazione di portatori del problema indipendente dagli specialisti e dai neurologi, anche perché non è interesse di chi soffre aderire aprioristicamente ad alcuna terapia.Qualcosa in quel colloquio non deve essere andata bene. Egli non si fece più sentire, gli scrissi più volte senza avere risposte, e quando mi presentai ad un convegno che egli aveva organizzato… addirittura sembrò non riconoscermi.Penso che una buona azione informativa, di primo contatto, debba usare un linguaggio non specialistico e far incontrare le persone tra loro senza figure di mediazione, anche perché solo così è possibile raccontarsi di interventi efficaci e no, raccontarsi le diverse esperienze e farne tesoro. La lunga esperienza personalmente maturata nel fronteggiamento della sindrome autistica e del deficit attentivo (con o senza iperattività, con o senza ipersensorialità) mi ha convinto che i familiari oggi possiedono tutti gli strumenti persino per stimolare la ricerca scientifica. Non posso dimenticare che la vera svolta italiana nel campo autistico è partita nei primi anni ’80 dall’insistenza del gruppo di genitori denominato “gruppo autismo” che si riuniva nei locali dell’associazione ANFFAS di Milano, che furono loro ad indirizzare gli specialisti…me compreso, che allora dirigevo un servizio di riabilitazione e che vedevo con sospetto tutto il loro gran da fare. Negli USA i siti più interessanti sono proprio quelli aperti e gestiti dai diretti interessati del problema.In questi tre anni sono stato molto occupato, ma non ho smesso di cercare e di coinvolgere altre persone in questa ricerca sulla sindrome di tourette, tante volte ho detto a conoscenti affetti dal disturbo “sarebbe mia intenzione aprire un sito”, sono un po’ lento, ma prima o poi ci arrivo. Poi finalmente ero riuscito a dare una spiegazione anche delle mie manifestazioni, motorie e di pensiero, che avevano aaccompagnato la mia esistenza fino a quel momento, e questo era motivo in più per insistere a creare una vera comunità.Per tenere vivo ed aggiornato questo sito, per farne un mezzo di confronto senza censure, per permettere a tutti di raccontare la propria storia e ritrovarsi in quella degli altri c’é ora bisogno dell’aiuto di tutti, persone affette, familiari e specialisti. Mandatemi scritti, testi, censite libri ed articoli, scrivete della vostra vita, segnalate le vostre esperienze, anche di cura, tutto sarà pubblicato. Inoltre, se c’è qualcuno che proprio collegandosi al nostro sito, scoprirà qualcosa del suo disturbo (ne ho conosciuta tanta di gente che ha scoperto solo in tarda età, e collegandosi ad internet, di quale disturbo soffriva!), egli potrà prendere contatto, cercare soluzioni e soprattutto far tesoro della esperienza di tutti. Anni fa una ragazza meravigliosa di Torino (di cui ho purtroppo perso il recapito), che aveva imparato a spostare i TIC ai muscoli della pancia in modo che fossero meno visibili, mi diceva che lei temeva che soffermarsi troppo a pensare ai TIC, anche confrontandosi con gli altri, poteva essere pericoloso, temeva che ciò potesse accentuarne la frequenza. E’ una preoccupazione legittima, mi sono rivolto alle mailing list americane e tutti mi hanno confermato che anzi, al contrario, non solo incontrarsi aiuta a trovare strategie di cura e contenimento, ma aiuta anche a trovare una maggiore forza in se stessi, una maggiore fiducia nelle proprie possibilità. Negli USA, grazie ai siti autoprodotti, si pubblicano e diffondono scritti, filmati didattici, guide per parenti ed insegnanti, dati epidemiologici, risultati della ricerca genetica, si organizzano gruppi di pressione ed azioni legali. E’ forse un sogno raggiungere quel livello, ma i sogni non sono per il male se cominciamo a fare qualcosa per realizzarli, un lungo cammino comincia sempre dal primo passo.

Vi aspetto, scriveteci

Gianfranco Morciano

Qui di seguito alcuni documenti che possono essere utili per altri genitori

Lettera agli insegnanti

(di scuola materna)

Questo documento può essere utilizzato come modello da altri genitori, ed é costruito mettendo in rilievo una caratteristica della sindrome e poi correlandola (per analogia) ad alcuni aspetti comportamentali di mio figlio. Consiglio la stessa tecnica, perché in questo modo gli operatori (in questo caso le insegnanti) possono contemporaneamente comprendere prima alcuni aspetti della TS, poi quali comportamenti del bambino specifico sono associabili a questa sindrome. In basso, separatamente, ho scritto quali accortezze ed azioni educative si sono rivelate più efficaci con mio figlio. E’ meglio evitare di inviare delle lunghe filippiche teoriche sulla sindrome che nessuno poi leggerà, sperando che siano gli insegnanti a tradurle inatteggiamento concreto, difficilmente gli insegnanti sono formati per questo e poi se ci diamo un po’ di formazione, siamo sempre noi quelli che conosciamo meglio nostro figlio.

Alle gentili insegnanti di nostro figlio Giovanni

La Sindrome di Tourette è una manifestazione comportamentale di origine neurologica, su base genetica e con incidenza ereditaria, la cui precisa fisiologia non è ancora completamente identificata, i ricercatori segnalano la possibilità che questa sindrome conduca ai deficit attentivi (difficoltà a concentrarsi su degli stimoli, quindi a controllarli) o che possa associarsi alle forme di ipersensorialità (reazioni abnormi ad alcuni stimoli sensoriali). Giovanni fin da poche ore dopo la nascita mostrava una reazione eccessiva agli stimoli uditivi, bastava un minimo rumore improvviso (anche solo il fruscio di una pagina di giornale) per provocare pianto e forte agitazione motoria. Ancora oggi è sensibilissimo agli odori ed evita luoghi per lui troppo aggressivi (dal punto di vista olfattivo).

La sindrome di Tourette è inserita, nei sistemi di classificazione internazionale, fra i cosidetti TICS. La sua particolarità consiste nell’attivazione di movimenti muscolari, cioè di fasce muscolari fini e grosse (strizzatura degli occhi, sbattimento degli arti, eccetera) e vede comparire con una certa frequenza vocalizzazioni. Quest’ ultime possono, probabilmente anche su influenza ambientale, modellarsi in fraseologie stereotipate. In alcuni casi possono presentarsi tics ideici, cioè pensieri stereotipati ed ossessivi (eccessivo interesse per alcune argomentazioni) Giovanni ha usufruito di molte attenzioni, è stato ad esempio tutelato il più possibile dai rumori (anche se purtroppo quando era più piccolo il quartiere era disturbato, anche di notte, dai lavori per la costruzione di un sottopasso e dai lavori di ristrutturazione del nostro palazzo) e si è cercato di rendergli prevedibili tutti gli avvenimenti (cosa non facile con i diversi parenti che tendono a far visita senza preannunciarsi).

La Sindrome di Tourette, quando non severa, non invalida i processi cognitivi (purché l’ambiente non continui a sottolineare ed a stigmatizzare la manifestazione dei Tic), anzi alcune ricerche dimostrerebbero che coloro che ne soffrono presentano al contrario una grande acutezza di pensiero e possono riuscire a trasformare in risorsa questa anomalia, sviluppando sensibilità e competenza per alcune stimolazioni: ad esempio la musica, il problem solving matematico (la matematica intuitiva più che quella computazionale) o altri argomenti correlati al tipo di stimolo che attiva il tic (quando uno stimolo è discriminabile). La manifestazione del Tic può non presentarsi (o essere insignificante) per intere giornate e settimane ed in altre essere particolarmente insistente, la ricerca ha rilevato una certa correlazione tra la frequenza del Tic e gli stati di stanchezza, nonché le situazioni particolarmente stressanti o confuse. Il Tic si manifesta per atto involontario ma può essere dal soggetto stesso volontariamente interrotto. E’ importante capire che il Tic non è una manifestazione emotiva, ma una compensazione o risposta associata a particolari processi cognitivi, di solito quelli inerenti la fase di riconoscimento e discriminazione dello stimolo, per questo può manifestarsi associato a stati emotivi (riconoscere e scoprire qualcosa è spesso un momento eccitante). Giovanni, quando manifesta il Tic, di solito sbatte gli arti superiori ed agita le mani, protende la bocca aperta ed emette una vocalizzazione di gola e qualche volta irrigidisce un arto inferiore, più raramente produce piccoli saltelli. Ci sono anche stati rari episodi di blikking (sbattimento degli occhi) Il movimento di solito passa inosservato in quanto viene confuso con una manifestazione di contentezza o di particolare interesse per alcuni avvenimenti. Ed in effetti il movimento si manifesta spesso in queste occasioni. Di solito l’eccesso di manifestazione è correlato a stimoli sonori, più raramente olfattivi, oppure al riconoscimento di qualcosa, specie se caratterizzato da movimenti ripetitivi (es. uno strumento che ruota, che martella, che oscilla, il forte ronzio di un moscone sui vetri, il movimento della scala mobile, ecc) oppure in concomitanza di pensieri stereotipati.

I soggetti con Sindrome di Tourette, quando la manifestazione non scompare spontaneamente entro l’adolescenza (casistica non infrequente), possono sviluppare forme di disistimia psicologica se le loro azioni ticcose vengono redarguite o derise dall’ambiente sociale, il quale non sa che tali manifestazioni sono involontarie e che anzi per il soggetto possono essere addirittura necessarie al controllo e mantenimento di alcune importanti funzioni cognitive. Il bambino che vive con vergogna la propria involontaria movimentazione può convincersi che in lui c’è qualcosa di negativo, ad esempio di cattivo, e questo può essere l’innesto di tutta una serie di altre problematiche di tipo psicologico. La bibliografia riporta di molti soggetti ticcosi che hanno imparato a nascondere e bloccare le loro manifestazioni per poi liberarle negli spazi chiusi o dove altri non vedono (ad esempio nel Week End dopo una settimana di lavoro, la sera dopo il lavoro o nei bagni durante). Con Giovanni (per il quale c’è ancora la possibilità di una remissione spontanea del sintomo) fino ad ora ha funzionato ignorare la manifestazione o se questa è particolarmente insistente (al punto di attivare sconcerto e curiosità negli adulti o bambini) orientarlo su nuovi stimoli in modo da interrompere il parossismo delle manifestazioni. Di solito funziona dargli qualcosa da tenere in mano (basta anche una piccola cosa, un foglietto o una chiave, per fermare tutto il movimento e rasserenarlo), oppure prenderlo per un attimo in braccio con una scusa o mostragli altre cose, anche proporgli altre attività. L’ IMPORTANTE E’ CHE EGLI NON CAPISCA CHE GLI SI STA CENSURANDO IL SUO MOVIMENTO TICCOSO (cioè non deve capire che le nuove proposte derivano dal suo movimento).

Per Giovanni è utile:

Non sottolineare la sue manifestazioni e se possibile evitare che lo facciano gli altri, il danno maggiore può derivargli da rimproveri o derisioni. Favorirgli piccoli gruppi (nel gioco ,a pranzo, ecc.) e le situazioni di tranquillità. Proporre gli stimoli uno alla volta ed avvicinarlo gradualmente a quelli nuovi, farlo parlare di ciò che vede. Supponiamo che il movimento ticcoso venga attivato dalla presenza in giardino di un signore che usa una strumentazione elettrica (un soffiatore o un tagliaerba), in questo caso può essere utile avvicinarlo e fargli delle domande su quello che vede, magari proponendogli una vicinanza corporea che lo contenga (ma non di blocco!). In queste occasioni non è facile orientarlo ad altre attività in quanto può essere molto attratto da questi stimoli, al punto che diventano selettivi (in casi estremi è meglio allontanarlo dalla fonte dello stimolo). E’ importante tener presente che i rumori forti ed improvvisi possono procurargli molto panico, in questi casi è importante un rassicurante contatto corporeo e l’allontanamento dalla fonte sonora. Se invece, come dicevamo prima, lo stimolo che attiva il movimento ticcoso è da lui controllabile (col Tic appunto), e se questo non è possibile ignorarlo (come sarebbe più auspicabile), basta parlargli e minimamente contenerlo (con le parole e la vicinanza) o impegnargli le mani in qualche attività (azioni incompatibili col movimento ticcoso). Si tenga presente che per lui il controllo dello stimolo è una conquista importante, per questo può essere da lui riproposto nelle attività di gioco (martellare, produrre rumori, mimare la guida o l’uso di apparecchiature elettriche o rumorose, ecc). Questi giochi, se non diventano esclusivi, gli sono molto utili. Quando l’insegnante sa che Giovanni o la classe stanno per fare un’esperienza “rumorosa” o particolarmente eccitante, è utile spiegare, parlane prima al bambino e comunque rendergli prevedibili gli accadimenti. Per interrompergli una attività di suo interesse è meglio avvisarlo in anticipo del cambiamento, dandogli il tempo di rappresentarselo. La stessa cosa vale quando si deve fare una nuova attività, la cosa gli va resa prevedibile (avvisarlo prima e prepararlo). Giovanni ama molto costruire ed assemblare e sbrigare piccole mansioni (che lui chiama “lavori”), riuscire a farlo gli procura molta soddisfazione. In tutti i compiti i suoi tempi d’attenzione e tenuta sono molto lunghi ed adeguati, ama sentir raccontare storie e favole purché prive di contenuti truci e violenti che, se presenti, lo possono a lungo turbare.

I genitori di Giovanni

Monza, 16 maggio 2001

Giovanni 4 anni

Giovanni 4 anni

Lettera al neurologo

Monza li 04.04.2001

Per il dott. XXXXX e la sua equipe

Giovanni Morciano

Gentile dr XXXXX, sono Gianfranco Morciano, papà di Giovanni il bambino che Lei ha visitato lo scorso lunedì. Ora io mi trovo in una strana situazione, le spiego. Sono un Docente di Metodologia della Riabilitazione psico-sociale in una importante Scuola per Operatori Sociali convenzionata con l’Università Statale di Milano (formiamo Educatori, Assistenti Sociali, Operatori Socio Sanitari). In particolare io mi occupo di Metodologia educativa ad indirizzo comportamentale e nella scuola seguo e supervisiono attività di natura sperimentale. In questa funzione mi sono occupato di Autismo (fin da quando Zappella, sbagliando, faceva ancora riferimento alla cosidetta “terapia costrittiva della Welk”), ho fatto parte del Comitato Scientifico che per primo ha definito l’autismo come sindrome non-psicotica (e che ha diffuso il sistema integrato di trattamento chiamato Programma TEACCH) ed ho seguito programmi sperimentali domiciliari e scolastici per Bambini con DDAI (Deficit Dell’Attenzione e Iperattività chiamate in USA ADD e ADHD). Sono stato relatore di diverse Tesi ad indirizzo sperimentale sulle tematiche in questione (frutto di interventi sul campo).

La questione dei Tic mi era nota solo per alcuni aspetti di contiguità alla sindrome DDAI-ADD-ADHD (es. il pensiero dell’impulso che diviene esso stesso impulso a “fare”, ripetitività di schemi comportamentali provocatori) ma anche ad alcuni comportamenti associati all’autismo (es. attrazione per i movimenti meccanici o circolari, movimenti stereotipati, ecolalia). Su tutto ciò, e sotto l’aspetto del trattamento educativo, credo di aver fatto anche delle originali generalizzazioni (che non ho mai avuto il tempo di scrivere e pubblicare anche se ci sono editori che me lo chiedono).

Sono considerato nell’ambiente un professionista con discreta esperienza, tengo da anni corsi di formazione permanente per operatori sociali, insegnanti di Sostegno e post-laurea. Sono Presidente di un’Associazione di Formatori accreditata presso il Provveditorato agli Studi di Milano e Cremona. Può chiedere mie notizie alla Prof.ssa Perini dell’Università di Parma o al Prof. Tramma dell’Università Bicocca di Milano, Scienze della Formazione (setramma@tin.it). Per anni sono stato Direttore dei Servizi Educativi dell’ANFFAS di Milano (e responsabile della formazione del personale per la stessa associazione) ed ho condotto gruppi di mutuo aiuto fra genitori (tema a cui ancora dedico parte della mia attività). Sono stato citato nel testo sulle memorie dei genitori, dedicato al ventennale dell’ANFFAS di Milano. Mi sono sempre calato nell’attività professionale anche grazie ad un’utile e misurata identificazione con l’utenza ed in particolare la famiglia. Lei capisce come il ritrovarmi ora ad essere proprio io un utente mi procuri un certo sconcerto, credo di essere un caso, come si usa dire, più unico che raro. Diverse domande mi si affollano nella mente: ad es. quanto l’essere professionista può deformare il mio essere genitore? Quali distanze è utile porre fra le due dimensioni (senza fare confusione) ? Penso che su questo dovrò lavorarci un po’.

Nel passaggio di campo mi si è confermato tutto ciò che già sapevo: i reparti maternità sono incapaci di leggere segnali di allarme: mio figlio saltava e piangeva ad ogni minimo rumore già poche ore dopo la nascita, tutti lo notavano, anche i passanti. Ma i medici di reparto noi genitori ci trattarono da ansiosi e ci dissero di non preoccuparci. Una mattina la mamma lo trovò con tutta la faccia graffiata. I Pediatri di base sono impreparati (già quando lavorai nel comitato sull’autismo ci rendemmo conto che gran parte dell’opera informativa doveva essere rivolta a loro), i medici, neurologi compresi (a cui portammo Giovanni all’età di due mesi), si seccavano se il familiare faceva riferimento a categorie diagnostiche o al DSM o ICD10 (chiedemmo loro se poteva trattarsi di Ipersensibilità Sensoriale, ci risposero che al massimo si trattava di Riflesso di Moro prolungato e che comunque la diagnosi non era compito nostro… stessimo tranquilli). Intanto Giovanni saltava nel sonno urlando anche soltanto al fruscio di una pagina di giornale sfogliata nella stanza accanto. Ci rendemmo conto che i tentativi di abituarlo ai rumori attraverso l’esposizione o sovraesposizione agli stimoli sonori (anche la mamma, psicomotricista, è insegnante di sostegno con lunga esperienza) non era assolutamente un buon metodo, anni di esperienza ci suggerivano che l’ostacolo derivava da una immaturità più profonda, organica. Fra le critiche di tutti, decidemmo di non far rientrare la mamma al lavoro per seguire e proteggere Giovanni. Mettemmo in atto tutte le tecniche sul controllo degli stimoli che conoscevamo attraverso l’intervento sui fattori antecedenti, isolammo al meglio la stanza del bambino (per quanto possibile, la casa era in ristrutturazione) e lo esponemmo a certi stimoli gradualmente e solo in seguito a sua curiosità manifesta. Gli scatti e soprassalti lentamente diminuirono sino a scomparire e Giovanni prese a conquistare il mondo senza paure generalizzate.

Ci accorgemmo però che stava prendendo forma qualcosa di nuovo: tutti gli stimoli sonori forti allo stesso tempo lo atterrivano e lo attraevano, voleva capire cosa fossero e solo così, a nostro parere grazie al controllo cognitivo, riusciva ad avere anche il controllo delle risposte allo stimolo. A parte alcuni rumori (es. quello del tagliaerba) che ancora oggi lo fanno fuggire, a tutti gli altri si avvicinava e, nell’osservare attentamente la fonte del rumore cominciava a scuotere le spalle tenendo le manine in alto (movimento che per altro ho osservato centinaia di volte in soggetti con disturbi generalizzati e pervasivi dello sviluppo).

Giovanni non mostrava “ritardi”, anzi su molte aree era sicuramente precoce, noi ipotizzammo persino che il suo bisogno di capire la fonte del rumore lo avesse portato ad una competenza attentiva molto alta. Ed anche, conseguentemente a buoni processi di analisi e sintesi, ancora crediamo sia così. I nostri amici a volte si dicono persino imbarazzati dal suo sguardo attento o per le sue domande precise. Questo era per noi consolante, sapevamo infatti che una delle possibili conseguenze dell’ Ipersensibilità sensoriale poteva essere il Deficit Attentivo (troppi stimoli o troppo intensi = scarso controllo); quel movimento ripetitivo però durava ed andava aumentando di frequenza ed intensità (per nostra professione sappiamo misurare queste variabili comportamentali) e il DSM parla di TIC transitori solo quando sono contenuti in circa un anno di tempo. Questa consapevolezza, unita al fatto che Giovanni frequenterà la Scuola Materna (e quindi il timore che il contesto possa sottolineare o stigmatizzare il movimento), ci ha fatto decidere per la visita. In prima istanza per avere una certificazione che possa essere orientativa per le Educatrici evitando banalità diagnostiche di natura psicodinamica, secondariamente per intraprendere un nuovo percorso.

E veniamo alla collaborazione che Lei mi ha chiesto. Posso dare una mano certamente nella sistemazione del Sito che mi sembra meriti di essere meglio impostato graficamente e poi pubblicizzato (400 ingressi sono proprio pochi). Credo sia utile segnalare subito in home page l’indirizzo di posta elettronica a cui scrivere per contatti o richieste (è grave che non ci sia). Poi manca uno spazio per i familiari che in futuro potrebbe anche trasformarsi in chat (sul modello dei siti per l’autismo) o almeno in mailing list. Non si dice come è possibile associarsi, e questo mi interessa anche personalmente. Io, malgrado mi occupi di Educazione, concordo nella lettura sopratutto neurolgica e sull’importanza della sperimentazione farmacologica, però, se vogliamo davvero aiutare i familiari bisognerebbe anche dire loro (ed agli Educatori in genere) quali attenzioni è opportuno avere, quali azioni intraprendere (es. l’importanza di evitare l’associazione di parole di stigma o ingiuria al movimento ticcoso) spiegare che la repressione può sovrapporre problema a problema. Suggerire come strutturare un ambiente educativo e familiare rasserenante e come intervenire nella scuola o negli altri contesti. Può essere utile poi sapere quali interventi ambientali e relazioni tenere come intervento precoce, e quali altri sono consigliabili in età più avanzata o a lunga distanza dalla prima comparsa del fenomeno. Insomma, se a voi interessa, sono disposto a collaborare su questo. Verrò al Convegno del 27 giugno.

Spazi di riflessione. In base al modello psicologico che più mi convince (quello comportamentale appunto) essendo il pensiero sopratutto pensiero verbale (anche quando interno ed iconico) è ovvio che nel quadro ticcoso possa inserirsi la parola.Siccome però ho fatto esperienza con l’autismo ho capito che non sempre le parole hanno lo stesso valore (ad esempio a volte non hanno scopo comunicativo), io non correlerei la ticcosità verbale a quella muscolare, ed anche il verbale lo dividerei in categorie. Una cosa è la ripetizione stereotipata di parole (ad esempio frasi di autocensura che potrebbero essere state associate al Tic per ripetizione del fenomeno TIC/Rimprovero) e altra cosa sono le frasi coprolaliche (che potrebbero essere la manifestazione verbale di uno stimolo sensoriale/affettivo/sessuale che non riesce ad essere sotteso). Insomma mi sembra di capire che anche per questa sindrome c’è la possibilità di aprire tutto un settore di ricerca (anche in campo comportamentale), almeno certamente in Italia. Posso mettere a disposizione per questo anche degli studenti unversitari già nel prossimo anno. Ora però la cosa che più mi preme è mio figlio.

Grazie

Gianfranco Morciano

Come i lettori già sanno, se hanno letto l’apertura di questa pagina, il neurologo in questione, prima mi incontrò e poi mi ignorò…io non ho mai capito il perché, voi? Ed aggiungo: propose a mio figlio una cura farmacologica, dalla quale dedussi che aveva colto poco delle mie riflessioni, già lì nacque l’idea di un’associazione veramente dei soggetti con TS e dei familiari, non professionale.

GFM